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Marco, pastore felice senza crudeltà

marzo 11, 2013

Dev’essere bello camminare su sentieri gravidi di storia. Immaginando battaglie antiche, rincorrendo memorie, sognando paesaggi che non esistono più. E seguendo le pecore, le capre e l’asina Peppa che si porta in groppa gli agnellini appena nati che con quelle gambine troppo tenere non sopportano lunghi cammini.

Si riposa

Si riposa

Sempre in viaggio alla ricerca dell’erba. Di un campo, un prato, una riva dove poter sostare una o due notti lungo uno scampolo dell’antica via Claudia Augusta Altinate che dal Grappa porta giù verso Altino e Portegrandi.

Decine e decine di Comuni si attraversano. Ma come il pastore delle Città invisibili di Calvino, anche Marco non ne ricorda i nomi. Neppure li distingue.

Cappuccino

Cappuccino

Chiedigli di campi d’erba o di pascoli e avrai risposte. Marco, pastore per caso, sorride mentre il suo gregge riposa sulla riva di un’ex cava, lungo il Sile che da Musestre s’allunga verso Altino.

Come il guardiano di Pessoa, pensa “con gli occhi e con gli orecchi e con le mani e i piedi e con il naso e la bocca”.

Il gregge

Il gregge

Fa il transumante per caso e per passione Marco Boldrin, 43 anni, nato e cresciuto a Carpenedo, una prima vita ormai dimenticata trascorsa a fare l’orafo a Mestre e una fuga nelle campagne trevigiane quando la città diventa troppo stretta. E da qui il decollo verso qualcosa che non avrebbe mai immaginato.

“Non ce la facevo più a stare chiuso in un laboratorio”, racconta mentre ci si avvicina curioso e geloso Michel il caprone (il “becco” chiamano le creature della sua specie), Cappuccino saltella qui e là, Acqua riposa ancora e l’ultimo dei nati zampetta in groppa alla Beppa.

La Beppa

La Beppa

“Un giorno mi sono deciso, ho chiuso con quella vita e sono uscito fuori. Per quattro, cinque anni mi sono mantenuto facendo lavori di giardinaggio e potature di grandi alberi, soprattutto ulivi e castagni.

Poi, per caso, tre anni fa a Rocca D’Arsiè nel Feltrino, ho incontrato un pastore transumante. E’ stato come un fulmine a ciel sereno. Non sapevo nulla di pecore e neppure di capre. Figuriamoci di transumanza.

Sonnellino

Sonnellino

Per sei mesi ho vissuto con lui e il suo gregge di quasi trecento capi. Poi ne ho voluto uno tutto mio. Prima 10 capi, poi 20. Ora sono 112. E’ un gregge allevato non per farci carne. Ma solo qualche ricotta. E che si mantiene tenendo in ordine i pascoli abbandonati”.

Da due estati Marco e il gregge salgono a Seren del Grappa e lì trovano lavoro in quei pascoli dove le mucche non vanno più e dove il bosco avanzerebbe se pecore e capre non facessero il loro umile mestiere.
Un mestiere difficile in una pianura sempre più stretta.

pecoreAlla trasumanza, tradizione antica e nonostante tutto ancora viva, vengono chiuse le porte. Negati gli accessi alle strade comunali. Sbarrati i valichi e le rive.

Qualche campo viene perfino recintato con filo spinato. Diglielo tu a Michel e alle sue compagne che ci si fa male saltando dentro quell’erba proibita. Che le mammelle si lacerano e che ci puoi anche morire di quelle ferite.

“E’ un’inutile modernità che ci condanna” dice Marco. “Ma io tengo duro. Vivo di poco e preferisco non avere troppi soldi in tasca. Dormo su quel camioncino con i cani. La cena me l’ assicurano gli amici che trovo lungo la strada; per il pranzo mi arrangio. E ogni tre giorni, una bella doccia”.

“Potrebbe sembrare una follia, invece questa è una scelta di vita. Non puoi immaginare: bastano tre giorni per cambiare l’idea che avevi della tua esistenza.

Mi sveglio con la luce e vado a letto quando fa buio. La mia giornata è scandita dal cammino, dalla ricerca dell’erba, dalle capre che partoriscono, da quelle da curare, dai piccoli da allevare. E quando arriva la neve, dal fieno da trovare. Perché prima di tutto ci sono le capre. Poi vengo io.

E quando arriva il caldo, mi sdraio sulla terra e sento il mio corpo immerso nella realtà. So che va bene così, so che sono felice. E non ho bisogno di nient’altro”.

Mucche in cammino

settembre 22, 2011

«Ma ci saranno ancora degli innamorati che in una notte d’inverno si faranno trasportare su una slitta trainata da un generoso cavallo per la piana di Marcésina imbevuta di luce lunare? Se non ci fossero, come sarebbe triste il mondo…». 

Marcesina.JPGNon so se gli stravaganti innamorati di Mario Rigoni Stern esistano ancora. Se quassù qualcuno abbia ancora voglia di sfidare il vento gelato e il freddo perfino d’estate. Sono le dieci di mattina e 12 gradi al sole. Siamo nella Finlandia d’Italia. Nel luogo più freddo, si dice, dell’intero stivale.

Ogni estate arrivano sulla piana quasi un migliaio di mucche. Vengono all’alpeggio perché il latte e il formaggio di queste parti chiedono il meglio per poter esistere.

mucca_marcesina.JPGDuecento metri di sterrato ti conducono a Malga Marcesina. Bella e vera. Forte e decisa. Come chi la abita. La famiglia Pagiusco è di Bressanvido, vicentino. Portano le vacche qui da sempre. Arrivano a Marcésina i primi giorni di giugno e la lasciano a fine settembre.

Le loro vacche, più quelle dei malgari vicini, sono le protagoniste della più imponente transumanza nel nord d’Italia che quest’anno parte venerdì 23 settembre dalla piana e arriva a Bressanvido domenica 25. E qui si fa festa fino al 4 attobre.

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Tre giorni e 80 chilometri di cammino per 450-500 vacche, una trentina di uomini a cavallo, una settantina a piedi, qualche pecora infiltrata, un trattore con la botte dell’acqua, un camioncino per caricare le vacche che non ce la fanno, un altro con i vivere per tutti.

E due cani: Nano di 12 anni e Furba di 9, pastori sardi e indiscussi padroni della mandria.

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Si scende lungo le vie principali. Si dorme sui campi. Si costruiscono recinti e si smontano recinti. Si allestiscono enormi abbeveratoi e imponenti mangiatoie.

Si parte venerdì alle 9.30 alla volta di Asiago.
Al Turcio ci si ferma di nuovo. E’ ora di rimontare il recinto per la notte. Di dispensare acqua e fieno. A turno i mandriani montano la guardia. Sabato alle 8 si riparte. Verso le 10, se tutto fila liscio, si è già a Casa Girardi dei fratelli Sambugaro, transumanti storici di queste parti. 

Qui sotto alla Malga dei Pagiusco
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E’ l’ultima tappa e l’ultima pausa fino a Marostica. Bisogna bere e mangiare perché non ci sarà più spazio per fermarsi. Alle porte della città murata si sta sui campi della Rosina, abbastanza ampi da accogliere tutti i transumanti e la loro carovana vivente.
A sera, alla luce delle torce si raggiunge Campo Marzio per la notte. Alle sette della mattina della domenica si riparte. Si attraversano Nove, Santa Romana, Scaldaferro e Poianella. Qui ci si ferma. 
Qui sotto Nano
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L’entrata a Bressanvido è alle 16. Non un minuto prima, non un minuto dopo. Guidano la transumanza le vacche più anziane, addobbate di ghirlande. Seguono i mandriani a cavallo.

E tutte le altre mucche. Forse più desiderose di pace che di festa.

L’ultima transumanza verso Prato della Valle

settembre 6, 2010

Sul Livenza a Torre di Mosto_persito.jpg

Lamon (Belluno) – Devi uscire dalla città per capirlo. Devi lasciare le strade e le piazze. Devi scegliere la montagna o la campagna per incontrarla. Per scoprire come riesca a condensare confini e stagioni. La bugia più grande che raccontano ai cittadini è che sia storia d’altri tempi. Che sia vecchia e superata oppure romantica.

Invece la transumanza esiste ancora. Eccome se esiste. Scende dai monti, attraversa le valli, percorre i paesi, arriva al Po e all’Adriatico e poi fa marcia indietro. Questa pratica millenaria consente un’economia verticale, antagonista di quella intensiva spalmata sui grandi spazi.

Può essere il futuro? Ne è convinto il giornalista e scrittore Paolo Rumiz che firma la prefazione di uno straordinario reportage fotografico, «Transumanze. Sulle tracce degli ultimi pastori del Triveneto» uscito nel novembre dell’anno scorso grazie alla passione di Adolfo Malacarne che qui racconta gli ultimi sessanta greggi transumanti di queste vallate.

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E’ di Lamon Malacarne, paese di pastori, non solo di fagioli. Settant’anni fa da queste parti c’erano almeno trecento famiglie che vivevano di pastorizia. Facevano a gara per questo mestiere con Foza, sull’altipiano di Asiago, che non a caso, nel suo stemma, ha tre pecore al pascolo. Solo nelle terre di Rigoni Stern, all’inizio dell’Ottocento, di ovini ce n’erano almeno 200mila.

Pecore2_sito.jpgOggi pastori transumanti a Lamon non ce ne sono più. L’ultimo, Cristiano Campigotto, è scomparso lo scorso inverno. “E con la sua morte”, sospira Malacarne, “si è chiusa un’epoca. Troppe difficoltà a far un mestiere che ogni anno ti porta per strada, a piedi, per almeno 500 chilometri.

Troppo ostacoli,
a partire dai divieti sempre più ampi, da parte dei Comuni, di transito per i paesi. Anche una via armentaria per eccellenza, come quella che collega il passo di Praderadego alla Val Belluno sbucando fra Follina e Cison di Valmarino, recentemente è stata sbarrata”.

Passo Praderadego_sito.jpg
Se in Lombardia e Piemonte la legge affida alle aziende sanitarie il controllo delle greggi e il compito di avvisare i sindaci dei comuni che saranno attraversati, in Veneto bisogna chiedere mille autorizzazioni. Produrre più carta che pecore. Tutta colpa della leggenda metropolitana per cui le pecore porterebbero zecche e malattie.

Così la transumanza di oggi salta da un campo all’altro. Va dove trova ospitalità. Si muove soprattutto lungo gli argini dei fiumi. Ma soffre e diminuisce.

Passo San Boldo_sito.jpg
Pensare che fino a vent’anni fa, ogni 15 febbraio, i pastori che svernavano nelle campagne padovane, si ritrovavano per una messa (e una festa) all’arca del Santo. Nel bel mezzo dell’inverno perché nell?antichità era la data in cui si celebravano i Lupercali, festività romana in onore del dio Fauno-Luperco, protettore di pecore e capre dall?attacco dei lupi che, nel mese più freddo dell?anno, scendevano a valle a insidiare le greggi.

Oggi saranno 60mila le pecore che nel Triveneto fanno la transumanza. Tutte di razza foresta, per lo più bergamasche e biellesi. Le autoctone non ci sono quasi più.

Sono state catalogate qualche anno fa da Veneto Agricoltura in cinque razze: l’alpagota, la lamon, la foza, la brogna e la brentegana. Quest’ultima è stata fotografata e analizzata, ma non se ne trova più neppure un esemplare. Così come quella padovana, chiamata “pecora dal vello d’oro” perché nota fin dall’epoca dei Romani per la finezza della lana.

Pecore1_sito.jpgPerfino l’impegno di Maria Teresa d’Austria, che s’era interessata alle pecorelle migliorando le razze locali con qualche ariete foresto, sembra cancellato dal tempo. Si dice che qualche traccia della mano imperiale sia rimasta solo in alcuni greggi sloveni.

Eppure qualcosa sta cambiando in questo mondo. Per prima cosa la percezione del suo valore ecologico: se un tempo erano ritenute dannose all’ambiente, oggi al contrario le pecore sono importanti ai fini della salvaguardia del territorio. Nelle zone impervie, là dove le mucche non arrivano. Ma anche per fermare il bosco che, abbandonato, inesorabilmente avanza e distrugge.

Ne sa qualcosa Sandro Fullin che negli ultimi anni si batte perché l’allevamento delle pecore torni a presidiare l’Alpago. Poi per la nuova coscienza che sta attraversando pastori vecchi e nuovi.
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Nel bellunese i tre fratelli Dal Molin ce la stanno mettendo tutta per non abbandonare un mestiere che da secoli la famiglia si tramanda. Il più giovane ha 15 anni e si è già fatto un proprio gregge.

C’è di più. Qualche mese fa, grazie a Emilio Pastore (un nome, un programma), instancabile docente universitario di Padova, esperto zootecnico e già consulente di Luca Zaia per il settore ovocaprino, è nata l ‘Associazione triveneta dei pastori transumanti. 

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Ad oggi il gruppo conta 61 iscritti che gestiscono circa 60 mila capi e che intendono rifondare un mestiere e una tradizione. Sono già al lavoro perché la Regione Veneto regolamenti la transumanza e non li obblighi più a chiedere autorizzazioni di transito paese per paese.

Ma il loro desiderio è anche quello di far rinascere la festa del 15 febbraio al Santo. Il sogno di un grande raduno cittadino della transumanza. Portando pecore, asini e cani a pascolare in Prato della Valle.

Transumanza: appuntamento a Cison di Valmarino

agosto 12, 2010

Pecore1_sito.jpgLa transumanza arriva a Cison di Valmarino, in provincia di Treviso, in occasione della tradizionale settimana dell ‘Artigianato vivo (6-15 agosto).

Venerdì 13 agosto, alle 19.30 nella Loggia, Adolfo Malacarne presenterà il suo libro «Transumanze. Sulle tracce degli ultimi pastori del Triveneto», libreria editrice Agorà in Feltre, pp 156, 45,00 euro.
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250 immagini scattate in vent’anni di ricerca e partecipando ad alcune transumanze in un percorso che dalla Val Senales arriva all’Adriatico. Con la neve e con la calura estiva.
Passo San Boldo_sito.jpg
L’appuntamento a Cison sarà l’occasione giusta per parlare di pecore e pastori non solo con l’autore, ma anche con l’editore feltrino, Alessandro Dalla Gasparina, e con Valentina De Marchi, giovane antropologa bellunese che si è laureata proprio con una tesi sulla pastorizia transumante nel Triveneto.


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