Carnevale 1819: l’elefante per le calli

Tuonarono i cannoni alla fine del Carnevale del 1819. Non per guerre né per feste.

Ma per colpire a morte un povero elefante che per tutto il Carnevale di quell’anno in Riva degli Schiavoni era stato immolato sull’altare della mania per gli animali esotici che da secoli dilagava in Europa.

Il pachiderma – si favoleggiava avesse 50 anni, fosse alto 7 piedi e mezzo e pesasse oltre 2200 chilogrammi – venne ucciso dalla gendarmeria austriaca alle ore 8 e 4 minuti del 16 marzo 1819 nella chiesa di Sant’Antonin.Tutta colpa di una fuga fra calli e campielli dopo essersi rifiutato di imbarcarsi su una chiatta verso altri lidi.

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Per alcune settimane l’elefante era rimasto chiuso in un casotto vicino ad altri casotti con altri poveri animali più o meno esotici. Li aveva portati uno svedese, tal Claudio Garnier, e li aveva sistemati fra il ponte del Sepolcro e quello della Cà di Dio.

Il 15 marzo, giorno della partenza, l’animale non volle sentir ragione. Forse impaurito dalla confusione, stressato dai lunghi giorni di prigionia in un posto troppo piccolo per lui, di notte riuscì a liberarsi, travolse e uccise il suo giovane custode, Camillo Rosa di Rovigo, e fuggì fra le calli rincorso dai gendarmi e da inutili ma non dolorosi colpi di fucile.

mascheraArrivato ansimante in campo della Bragora, per sfuggire ai gendarmi si infilò in salizada del Pignater e poi nella calle morta del Forno Vecchio. E ancora in una corte privata e via di corsa in salizada Sant’Antonin.

Il suo desiderio sembrava fosse quello di prendere il ponte, ma i fucili glielo impedirono.

Terrorizzato, finì per sfondare il portone d’ingresso della chiesa, frantumare l’acquasantiera e fracassare alcune panche e pietre tombali.

Ma ormai il povero era in trappola. Per la sua esecuzione sommaria nella chiesa fu necessario il nulla osta di autorità civili e militari e perfino del vecchio patriarca Francesco Maria Milesi.

Il cannone arrivò in campo Sant’Antonin alle 7 di mattina. Militari e artificiere fecero un buco nel muro laterale della chiesa e alle 8 spararono due colpi. Solo uno andò a segno, beccando l’elefante giusto nel sedere. E non ci fu storia: stramazzò al suolo e morì dissanguato.

Ci vollero venti uomini con grosse funi e leve per imbarcare e trasportare il corpo al Lido dove avrebbe dovuto essere sepolto.

 

Lo scheletro dell'elefante a Padova

Lo scheletro dell’elefante a Padova

Ma un contrordine dirottò chiatta, uomini ed elefante alla Giudecca, nella chiesa di San Biagio che fra il 1814 e il 1816 era usata come ospedale per le malattie contagiose e che era destinata alla demolizione per lasciare il posto al futuro Molino Stucky.

Lì la carcassa venne mantenuta pulita con lavaggi continui di acqua salata e presto partì per Padova dove venne sezionata e studiata da Stefano Andrea Renier della Pubblica Galleria di storia naturale dell’università di Padova (che poi diventerà museo zoologico), che l’aveva acquistata per 2.080 lire venete.

Il 24 marzo, studioso ed équipe iniziarono concia della pelle e sezionamento del cadavere.

“Con compiacenza lo trovai in discreto stato” scrisse il Renier all’allora rettore dell’università patavina, “con la pelle che ad onta di aver avuto più di cinquecento fucilate non aveva che otto dieci forellini e la cannonata ricevuta fu nel deretano e la palla gli rimase dentro, quindi la pelle in ottimissimo stato”.

Fu forse qualche animalista dell’epoca a proporre una lapide, con tanto di epigrafe latina e finanziata dai gentiluomini Angelo Fucci Gradenigo e Francesco Cattaneo, per il muro della chiesa a ricordo dell’elefante cannoneggiato.

La proposta venne respinta il 18 settembre 1819, ma visto che la lapide era già bella e fatta venne regalata al conte Benedetto Valmarana che la sistemò su un muro nel giardino del suo palazzo ai Santi Apostoli.

A futura memoria, lo scheletro dell’elefante restaurato in ogni suo pezzo e rimontato nel 2004, è ancora lì, al museo zoologico di Padova.

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