Marco, pastore felice senza crudeltà

Dev’essere bello camminare su sentieri gravidi di storia. Immaginando battaglie antiche, rincorrendo memorie, sognando paesaggi che non esistono più. E seguendo le pecore, le capre e l’asina Peppa che si porta in groppa gli agnellini appena nati che con quelle gambine troppo tenere non sopportano lunghi cammini.

Si riposa

Si riposa

Sempre in viaggio alla ricerca dell’erba. Di un campo, un prato, una riva dove poter sostare una o due notti lungo uno scampolo dell’antica via Claudia Augusta Altinate che dal Grappa porta giù verso Altino e Portegrandi.

Decine e decine di Comuni si attraversano. Ma come il pastore delle Città invisibili di Calvino, anche Marco non ne ricorda i nomi. Neppure li distingue.

Cappuccino

Cappuccino

Chiedigli di campi d’erba o di pascoli e avrai risposte. Marco, pastore per caso, sorride mentre il suo gregge riposa sulla riva di un’ex cava, lungo il Sile che da Musestre s’allunga verso Altino.

Come il guardiano di Pessoa, pensa “con gli occhi e con gli orecchi e con le mani e i piedi e con il naso e la bocca”.

Il gregge

Il gregge

Fa il transumante per caso e per passione Marco Boldrin, 43 anni, nato e cresciuto a Carpenedo, una prima vita ormai dimenticata trascorsa a fare l’orafo a Mestre e una fuga nelle campagne trevigiane quando la città diventa troppo stretta. E da qui il decollo verso qualcosa che non avrebbe mai immaginato.

“Non ce la facevo più a stare chiuso in un laboratorio”, racconta mentre ci si avvicina curioso e geloso Michel il caprone (il “becco” chiamano le creature della sua specie), Cappuccino saltella qui e là, Acqua riposa ancora e l’ultimo dei nati zampetta in groppa alla Beppa.

La Beppa

La Beppa

“Un giorno mi sono deciso, ho chiuso con quella vita e sono uscito fuori. Per quattro, cinque anni mi sono mantenuto facendo lavori di giardinaggio e potature di grandi alberi, soprattutto ulivi e castagni.

Poi, per caso, tre anni fa a Rocca D’Arsiè nel Feltrino, ho incontrato un pastore transumante. E’ stato come un fulmine a ciel sereno. Non sapevo nulla di pecore e neppure di capre. Figuriamoci di transumanza.

Sonnellino

Sonnellino

Per sei mesi ho vissuto con lui e il suo gregge di quasi trecento capi. Poi ne ho voluto uno tutto mio. Prima 10 capi, poi 20. Ora sono 112. E’ un gregge allevato non per farci carne. Ma solo qualche ricotta. E che si mantiene tenendo in ordine i pascoli abbandonati”.

Da due estati Marco e il gregge salgono a Seren del Grappa e lì trovano lavoro in quei pascoli dove le mucche non vanno più e dove il bosco avanzerebbe se pecore e capre non facessero il loro umile mestiere.
Un mestiere difficile in una pianura sempre più stretta.

pecoreAlla trasumanza, tradizione antica e nonostante tutto ancora viva, vengono chiuse le porte. Negati gli accessi alle strade comunali. Sbarrati i valichi e le rive.

Qualche campo viene perfino recintato con filo spinato. Diglielo tu a Michel e alle sue compagne che ci si fa male saltando dentro quell’erba proibita. Che le mammelle si lacerano e che ci puoi anche morire di quelle ferite.

“E’ un’inutile modernità che ci condanna” dice Marco. “Ma io tengo duro. Vivo di poco e preferisco non avere troppi soldi in tasca. Dormo su quel camioncino con i cani. La cena me l’ assicurano gli amici che trovo lungo la strada; per il pranzo mi arrangio. E ogni tre giorni, una bella doccia”.

“Potrebbe sembrare una follia, invece questa è una scelta di vita. Non puoi immaginare: bastano tre giorni per cambiare l’idea che avevi della tua esistenza.

Mi sveglio con la luce e vado a letto quando fa buio. La mia giornata è scandita dal cammino, dalla ricerca dell’erba, dalle capre che partoriscono, da quelle da curare, dai piccoli da allevare. E quando arriva la neve, dal fieno da trovare. Perché prima di tutto ci sono le capre. Poi vengo io.

E quando arriva il caldo, mi sdraio sulla terra e sento il mio corpo immerso nella realtà. So che va bene così, so che sono felice. E non ho bisogno di nient’altro”.

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